La concertazione sociale in Europa: luci ed ombre

La concertazione sociale (CS) è un metodo di formazione della volontà politica dei decisori pubblici complementare rispetto ai procedimenti formali regolati dalle costituzioni scritte che si situa ai margini degli ordinamenti statali. La nozione però resta incerta anche nell'ordinamento dell'UE che attribuisce alla CS un rilievo centrale. Il gratificante riconoscimento, infatti, non le ha procurato una qualificazione giuridica compiutamente definita. Come dire che - un po' perché troppo recenti sono le sue origini per cancellare le tracce dell'empirismo che le caratterizzava e un po' perché trova nell'informalità l'habitat più adatto alla sua evoluzione - la CS non si lascia catturare dentro un modello univoco e rigido, senza peraltro compromettere per ciò solo la sua attitudine ad incidere sul processo di elaborazione delle politiche comunitarie nelle materie di più spiccata rilevanza sociale.

Anzi, la tendenziale indeterminatezza delle sue coordinate di sviluppo non la penalizza; piuttosto, ne favorisce il successo soprattutto nelle situazioni che richiedono progetti di politica del diritto più promozionali che regolativi.
Stando così le cose, è ragionevole accantonare ogni pretesa di rigore cartesiano e accontentarsi di sapere che la CS ha natura mista: non solo consultiva, ma anche negoziale e, al tempo stesso, paralegislativa. Ciò che realmente conta è che i suoi esiti, pur non essendo necessariamente ritrascrivibili in accordi formalmente stipulati, si giovano della responsabilità solidale dei suoi principali attori. Una responsabilità più politica che giuridicamente sanzionabile.
"Per molti aspetti", ha scritto Gino Giugni a cui il governo Ciampi (del quale era membro) affidò la regia del negoziato che si sarebbe concluso col più riuscito accordo triangolare della storia italiana della CS, quest'ultima "è un'attività preparatoria di decisioni che poi devono essere prese in Parlamento, in sede di governo" e nella quotidianità dell'azione sindacale.
Infatti, alla fase dell'identificazione di obiettivi strategici condivisi seguirà la fase della loro realizzazione simultanea e congiunta in ambiti ed a livelli diversi coi mezzi di cui dispone ciascuno degli attori. I governi controllano il funzionamento dei meccanismi redistributivi della ricchezza (fisco-prezzi-tariffe) allo scopo di proteggere il potere d'acquisto di salari e pensioni. Le parti sociali sviluppano una politica salariale sostenibile dal sistema economico. I Parlamenti legificano direttive di regolazione dell'economia e del mercato del lavoro che, avendo incassato in anticipo le necessarie quote di consenso sociale, sono assistite da una proporzionale garanzia di effettività.
So bene che la descrizione è didascalica e, in quanto corrisponde ad un ideal-tipo di CS che non può trovare nell'esperienza se non intermittenti e diseguali riscontri, può apparire esageratamente desiderante. Ma ci tenevo a mettere subito in risalto il valore aggiunto del metodo concertativo praticato in condizioni ottimali rispetto allo sciopero che si definisce politico in ragione delle sue finalità.
Lo sciopero politico, diretto per lo più a premere sui poteri pubblici affinché prendano o si astengano dal prendere una data decisione, appartiene all'infanzia del diritto sindacale: quando la società era spaccata in due e ciascuno dei contendenti puntava all'estinzione dell'altro con la convinzione che la società ne avrebbe ricavato i più grandi vantaggi.
Sebbene il conflitto sociale più o meno organizzato segnasse il passaggio tra l'Otto e il Novecento, lo sciopero politico non poteva passare inosservato. Non era un conflitto qualsiasi. Infatti, l'establishment di tutti i paesi dell'Occidente europeo lo considerava una mostruosità da reprimere con ogni mezzo, anche penale, proprio perché la sua valenza classista ne faceva la più pericolosa risorsa del movimento operaio.
Le cose hanno cominciato a cambiare, sia pure gradualmente, dopo che anche i più duri contestatori del capitalismo si sono persuasi che lo sciopero politico poteva ormai servire soltanto a "tenere accesa" - come è stato scritto con impietoso disincanto - "una lampada votiva davanti all'icona di un antagonismo santificato" e, correlativamente, questa forma di lotta ha smesso di essere esorcizzata anche dai più timorati difensori dell'ordine costituito. Come dire che lo sciopero politico viene da molto lontano. Per questo, oggi dà segni di affaticamento, se non proprio di declino
Non che la pratica dello sciopero politico sia un sicuro indizio di arretratezza o immaturità dei rapporti tra Stato e sindacati. Il fatto è che i suoi spazi di concreta agibilità hanno subito una irreversibile erosione. Per effetto sia dell'accresciuta complessità sociale che della diminuita sovranità degli Stati-nazione nell'era della globalizzazione economica. Tuttavia, il logoramento del suo originario pathos rivoluzionario non è bastato allo sciopero politico per vedersi spalancare le porte degli edifici costituzionali degli Stati contemporanei. Ha dovuto accontentarsi di entrarvi in punta di piedi per il tramite della mediazione giudiziaria. Una mediazione che, pur non sottraendosi a censure di permissivismo, si fonda sulla condivisione di una premessa che si è venuta delineando con la spregiudicatezza delle cose che già vivono e aspettano soltanto qualcuno che se ne assuma la paternità.
Anche se dapprincipio non ne erano chiare tutte le implicazioni, la premessa è che la contrattazione collettiva della prima modernità può molto e molto ha dato, ma la sua bilateralità e un baricentro che l'appiattisce sui temi economico-professionali ne diventano un limite; e ciò perché le condizioni di vita dei popoli dipendono da scelte dei poteri pubblici, oggi anche sovranazionali.
Per questo, gli operatori giuridici di numerosi paesi ne hanno tratto lo spunto per sponsorizzare un'interpretazione adeguatrice della norma costituzionale che riconosce il diritto di sciopero senza aggettivi, dissequestrando così lo sciopero politico dalle legislazioni penali che lo criminalizzano come un attentato all'integrità dello Stato.
Insomma, è stato un lungo viaggio. Anche questo però è cominciato con un passo. Determinante è stato ammettere che i fini extra-contrattuali per realizzare i quali lo sciopero politico è promosso e organizzato non sono di per sé estranei alla sfera d'azione sindacale. Il passo successivo è stato effettuato riconoscendo che lo sciopero politico canalizza legittimamente rivendicazioni eccedenti ambito e possibilità della tradizionale contrattazione collettiva. Poi, magari quando meno te l'aspetti, può arrivare la CS. Essa dimostra che quei medesimi fini sono negoziabili, sia pure con modalità e in contesti eccentrici rispetto alla prassi delle relazioni industriali in senso stretto.
Se non è il frutto di un automatismo, nemmeno può dirsi che la CS sia sbucata all'improvviso dal buio della storia. Piuttosto, è la risultante di un processo di razionalizzazione che ha emancipato lo sciopero politico dalle categorie ideologiche che lo ingessavano e, al tempo stesso, non consente che, andato in frantumi un idolo, se ne costruisca un altro.
Con ciò, intendo dire che soltanto in apparenza CS e sciopero politico formano una coppia di termini irriducibilmente contrapposti. La verità è che la loro discontinuità di metodo non ne esclude l'omogeneità di scopo.
Col metodo concertativo, infatti, il sindacato si propone di influire sui contenuti delle decisioni governative. Esattamente come quando ricorre allo sciopero politico. Ma, mentre lo sciopero politico esprime una protesta collettiva senza la capacità di rimuoverne le cause, la CS è il suo sbocco propositivo. Mentre lo sciopero politico, anche se praticato a intervalli ravvicinati, resta un'esibizione muscolare di durata poco più che simbolica, la CS implica l'assunzione di vincoli reciproci di comportamento che si proiettano in un arco temporale di variabile estensione. Mentre lo sciopero politico vorrebbe destabilizzare il potere politico radicalizzando le tensioni sociali, la CS finisce per rilegittimarlo.
Rubando una bella immagine letteraria di Adriano Sofri, si potrebbe concludere così: lo sciopero politico è il chiodo che, battuto con violenza dal martello, si conficca nel legno e lo fa gemere; la CS invece è il nodo che, creato con l'abilità manuale in cui eccelle la gente del mare, serve per legare e tessere reti. Con sapienza e pazienza.
Pertanto, non è stato stravagante aprire una lezione sulla CS con una riflessione sullo sciopero politico.
L'incipit che ho prescelto autorizza, in primo luogo, ad argomentare che la CS fa parte integrante del sistema di relazioni tra sindacato e Stato storicamente possibile in un regime di libertà sindacale costituzionalmente garantita: ne svela la propensione dialogante nella stessa misura in cui lo sciopero politico provoca un provvisorio black out.
In secondo luogo, esorta i giuristi ad interrogarsi sull'ostinata persistenza di un difetto di iter logico nei loro ragionamenti sulla CS. La CS infatti stenta a guadagnarsi il giudizio di compatibilità democratica ormai saldamente acquisito dallo sciopero dopo l'avvento delle costituzioni post-liberali della seconda metà del Novecento che lo hanno adeguatamente risarcito dei maltrattamenti d'una volta. E' quindi singolare che, sebbene lo statuto epistemologico dei più evoluti diritti sindacali nazionali celebri l'apologia del contratto collettivo come alternativa del conflitto, la CS sia tuttora oggetto, se non di un esplicito giudizio di disvalore, di una presunzione più sfavorevole di quella con cui attualmente si tende a valutare lo sciopero politico. Dopotutto, quest'ultimo può ripiombare nel cono d'ombra della illiceità penale alla sola condizione - come prudentemente pensa e dice la Corte costituzionale italiana - che degeneri in attività eversiva.
Non sono sicuro che il dato di contrasto provocato da questo squilibrio valutativo riceverebbe l'incondizionata approvazione degli ideatori dell'abc del diritto sindacale dei primordi. Vero è che ne sognavano l'omologazione a quella usuale nel mitico "paese dove non si sciopera mai" e dove la contrattazione collettiva assomiglia, come auspicava Francesco Carnelutti, alla "contrattazione di borsa", che si apre e si chiude con "rapidità fenomenale, con un semplice monosillabo o un cenno del capo". Nondimeno, i più vispi di loro adesso saprebbero come e quanto sia inquinante od anche devastante l'uso massiccio delle ideologie per regolare i rapporti sindacali e di lavoro. E i più disinibiti direbbero che - mentre lo sciopero politico si è alla fine liberato dei pregiudizi che lo demonizzavano - la CS è ancora alle prese con la vischiosità dei suoi.
Per questo, ci inciterebbero ad individuarli e analizzarli.

In primo luogo, la CS sommariamente descritta in apertura manifesta un'esuberanza che ne enfatizza un'anomalia consistente in ciò: non si svolge nelle istituzioni e con le forme precostituite dai legislatori nazionali dei paesi che, avendo costruito i santuari della CS, ritenevano di averne delimitato l'insuperabile recinto. Come dire che, nella misura in cui i suoi luoghi non sono quelli indicati nelle mappe consultabili dagli operatori giuridici e il linguaggio che vi si parla è più dialettale che aristocratico, la trasgressività di una CS che si autoregola è in re ipsa. Infatti, mentre questa CS cammina per le strade e indossa blue jeans, la CS istituzionalizzata e ritualizzata ha dimore eleganti ed esige il doppiopetto. Succede così sia in Italia che in Spagna, perché in entrambi i paesi sono presenti parlamentini delle categorie produttive senza un futuro di cui fidarsi ciecamente. Anche se, mentre il CES made in Italy si è subito segnalato per la sua attitudine ad auto-emarginarsi, quello spagnolo - che dimostra una meritoria vitalità - ha potuto giustificatamente prendere l'iniziativa di festeggiare il 25° anniversario della CS. Però, mi piace supporre che non fosse del tutto casuale la scelta della sede del congresso celebrativo a cui partecipai in Toledo nella primavera dello scorso anno. Svolgendosi nei locali della chiesetta medievale di san Pedro martire - ottimamente conservata, benché adibita ad usi laici - la sede era la più appropriata. Rimasta sostanzialmente intatta, l'atmosfera ecclesiale incentivava la compostezza espressiva, il bon ton, la castigatezza dei gesti e delle parole che i sacerdoti della CS istituzionalizzata e ritualizzata si aspettano dai devoti fedeli. Per questo, quando per definire i contorni reali della CS informale ne parlai come di un menage à trois, la salottiera espressione di sapore trasgressivo mi sembrò una intemperanza verbale inconciliabile con la severità dell'ambiente in cui fu pronunciata; e forse non solo a me.
In secondo luogo, la CS è un metodo di governance che non può incontrare l'adesione spontanea e convinta delle associazioni degli imprenditori, perché le obbliga a rinunciare al privilegio antico quanto abusivo di partecipare a decisioni politiche d'interesse generale in un clima di riservatezza amico del crepuscolo e dei suoi colori sfumati, assonnati, indistinti; nemico invece della "luce del sole" che - come diceva un grande giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis - "è il miglior disinfettante". Sta di fatto che, tenute ad affrontare in modo trasparente una dialettica a cielo aperto, le rappresentanze del ceto imprenditoriale si congedano con comprensibile disappunto dalle abitudini delle lobbies che stazionano indisturbate ai bordi di inaccessibili circuiti decisionali; e sono lestissime a riprenderle, se si presenta l'occasione.
Viceversa, la CS si iscrive in una tendenza di lungo periodo dei sindacati. Anzi, sono incline a pensare che essa apparteneva, se non al codice genetico del sindacato, alla lettura che esso ha fatto del suo ruolo dagli inizi della sua storia. Una lettura che in Italia ha resistito anche alla seducente ambiguità della stagione caratterizzata dall'inattuazione del progetto di ordinamento sindacale disegnato in una costituzione i cui autori accarezzavano l'idea che il sindacato agisse a stregua di un "libero soggetto di autotutela in una sfera di diritto privato e, nello stesso tempo, soggetto di una funzione pubblica, braccio o segmento dello Stato" (Foa). Non a caso, la transizione dalla rappresentanza sindacale di tipo politico-istituzionale ossia di diritto pubblico - crollata in Italia col fascismo - alla rappresentanza volontaria e consensuale ossia di diritto comune - privilegiata nel dopo-costituzione - è rimasta incompiuta e il sindacato si è assestato su di una posizione intermedia. In bilico tra pubblico e privato, ma sbilanciato più verso il pubblico che verso il privato, il sindacato italiano è un'associazione la cui matrice privatistica è più virtuale che virtuosa. Per questo, l'antagonismo ideologico-culturale tra la Confederazione sindacale d'ispirazione cattolica, e perciò vicina al partito di maggioranza relativa fino all'estinzione del medesimo, e la Confederazione sindacale appoggiata dall'opposizione politica di sinistra è figlio di una vulgata storiografica che si fida più dei luoghi comuni che dei fatti. E i fatti dimostrano che ciò che le univa superava ciò che le divideva. Malgrado tutto. Del resto, nessun sindacato può permettersi di dissimulare la bipolarità che si porta dentro se non sacrificando la sua vocazione a farsi cooptare nei processi decisionali riguardanti l'intera collettività. Infatti, neanche la Confederazione che enfatizzava la sua adesione ad una concezione rigorosamente volontaristica del sindacato ha mai rappresentato i soli associati. Come dire che i suoi insistiti proclami rispondevano più che altro alla necessità di marcare una definita identità nel contesto di un pluralismo sindacale accesamente competitivo. Per certo, non ha mai esitato a trasferire la sua azione di rappresentanza, sia pure con la tecnica del "si fa, ma non si dice", sul medesimo terreno della Confederazione rivale che agiva come sindacato generale al servizio di un'entità egemonica e totalizzante: la classe lavoratrice; tanto meglio, se operaia.
Insomma, i sindacati italiani hanno unanimemente ravvisato nella CS l'opportunità di esibirsi nella performance di sommare ai benefici di cui godono come liberi soggetti di autotutela in una sfera di diritto privato i vantaggi di cui si appropriano come partecipi di una funzione pubblica. Poi, si sono resi conto di essere in folta compagnia. Difatti, è la stessa costruzione dell'Europa del dopo-Maastricht a trasmettere un messaggio di questo tenore: la libertà sindacale esercitata nelle forme proprie del diritto comune dei gruppi privati è indispensabile per ottenere conquiste sociali, ma da sola non basta né ad amministrarle né a difenderle; per questo, niente può impedire alla cultura della prassi di ricercare e stabilire le connessioni tra privato e pubblico corrispondenti alle esigenze di governabilità di sistemi sociali complessi.
Questo, però, è il motivo per cui la CS infastidisce. Minaccia di sgretolare gli scenari di una tradizione costituzionale consolidata. Introduce elementi di inquietudine e insicurezza sia nelle compagini governative che negli schieramenti politici, inclusi quelli di opposizione.
I governi, infatti, temono di essere bloccati da poteri di veto e i partiti temono di essere scavalcati dalla dinamica delle forze sociali.
Viceversa, soltanto la vischiosità di concezioni legate ad un passato che non vuole passare impedisce un'analisi più serena e meno superficiale. Un po' perché la CS "ha sempre significato ricerca del consenso, senza che si ponessero in dubbio i poteri costituzionali dell'esecutivo" (Ghezzi): casomai, ne ripiana un deficit di autorevolezza. E un po' perché proprio i partiti politici dovrebbero condividere le ragioni per cui il sindacato predilige la CS. Come i partiti, anche il sindacato appartiene alla categoria dei gruppi organizzati a cui non sfugge l'inadeguatezza dei mezzi a loro disposizione per gestire interessi che non sono soltanto privati e, come il sindacato, anche i partiti sanno che il rendimento del conflitto sociale decresce drasticamente quando la transazione eccede l'orizzonte dell'immediatezza rivendicativa.
Il fatto è che non si può entrare nel terzo millennio continuando a non capire perché la CS, per quanto "poco amata, è inevitabile" (Crouch) e continuando a pensare che il sindacato sia un proconsole dello Stato o dei partiti. Piaccia o no, il sindacato non vuole fare la fine del Duca di Borgogna che, incaricato da un re di Francia di amministrare la regione, si vide revocare l'incarico perché le sue ambizioni avevano spaventato il re. Tutt'al contrario, consegnate alla sua memoria storica l'ostilità dello Stato ottocentesco, l'indifferenza dello Stato liberale e la subalternità imposta dallo Stato fascista, adesso il sindacato vuole comportarsi da attore legittimato ad affiancare in piena autonomia gli abituali inquilini dei piani alti del Palazzo del potere non solo per condizionarne il comportamento, ma anche per precisare ed eventualmente correggere il proprio.
Dunque, sarà anche vero che gli itinerari percorsi dalla CS sono simili più alle piste tracciate per una gara di motocross che al solco dei padri fondatori. Ma ciò dipende dal fatto che tra i maggiori difetti delle democrazie rappresentative c'è - come diceva Norberto Bobbio - quello di essere troppo poco rappresentative.
Paradigmatico è il caso degli Usa, ove soltanto una minoranza dei loro presidenti ha potuto contare su un volume di consensi elettorali significativamente superiore al 10% degli aventi diritto al voto. Peraltro, la tendenza è universale. In tutti i paesi democratici l'affluenza alle urne è calante. Infatti, i risultati elettorali sono decisi non tanto da travasi di voti tra gli schieramenti avversari, bensì da una diminuzione dell'astensionismo, prodotta magari da imprevedibili avvenimenti dell'ultima ora. Se non mi sbaglio, è andata così in Spagna, ove elettorato ha ridimensionato l'aznaridad che tutti i sondaggi davano vincente proprio perché una consistente percentuale di astenuti, ascrivibili presumibilmente all'area socialista e pacifista, è rientrata in gioco.
In queste precarie condizioni, la concertazione è il sintomo di un malessere ed insieme una medicina nella misura in cui identifica un circuito capace di rivitalizzare processi di partecipazione che, innestandosi sulla tradizione della democrazia rappresentativa, integrano il fiacco funzionamento delle assemblee elettive.
Vero è che, come succede spesso con le medicine, la concertazione è sospettabile di provocare effetti collaterali indesiderati, perché contribuisce a far emergere disfunzioni: troppo complicate, non di rado inconcludenti e poco selettive le procedure; troppi i consensi richiesti per prendere decisioni. Ciononostante, è insensato rifiutare la terapia sopprimendo artificialmente la sindrome che ne sollecita l'impiego. Piuttosto, è ragionevole supporre che ci sia qualcosa di sbagliato e individuare quel che c'è da correggere. Le criticità attengono alle procedure, che bisogna semplificare. Attengono ai ruoli delle istituzioni e delle macro-organizzazioni del mondo del lavoro, che bisogna ridefinire per allontanare il sospetto della supplenza sindacale che i soggetti della politica subiscono come una capitis deminutio. Attengono alla pletoricità delle agende, che bisogna alleggerire limitando le priorità con pragmatismo e realismo.
Diversamente, si butta via l'acqua sporca col bambino dentro. Come è accaduto in Italia dopo l'insediamento di un governo che, attribuendosi virtù salvifiche, ritiene di disporre della legittimazione popolare necessaria e sufficiente per poter sostituire la CS, che pure ne è un veicolo non secondario, con una pratica di partnership ridotta ad una funzione ancillare del potere pubblico. La formula sostitutiva è quella del dialogo sociale con chi ci sta.
Rispetto alla CS nell'accezione su cui si è realizzato il massimo di convergenza nell'UE la formula costituisce non tanto un minus quanto piuttosto un aliud.
In primo luogo, l'accesso al dialogo sociale nella versione praticata dal governo italiano attualmente in carica non è selettivo. Non presuppone cioè regole per accertare, in sintonia coi principi della democrazia, l'effettiva rappresentatività degli interlocutori. In secondo luogo, mentre con la CS i governanti europei puntano a creare le condizioni per ottenere la più larga base possibile di consenso, i governanti italiani sono interessati a "raccogliere solo un consenso parziale" (Mariucci), irrilevante essendo anche il dissenso eventualmente manifestato dal più rappresentativo tra gli enti esponenziali della società civile interpellati sul merito delle proposte governative.
Non si tratta di una intenzione malcelata. Casomai, è dichiarata con protervo candore. Infatti, il Libro Bianco messo in circolazione nello scorcio finale del 2001 informava che, in caso di disaccordo tra gli attori sociali, il governo avrebbe considerato maggioritario l'orientamento emerso dal dialogo sociale, per quanto scarsa fosse la rappresentatività dei soggetti a cui esso è riferibile. Come dire che, per calcolare la maggioranza, il governo ha scelto una regola che prescinde dalla rappresentatività dei soggetti che concorrono a formarla. Per esigenze di funzionalità, sostiene il governo. Omettendo, però, di precisare che le interpreta col medesimo criterio - qui sovraccarico di effetti distorsivi - desumibile dalla normativa societaria: nelle società per azioni, infatti, allo scopo di evitare paralisi decisionali vige la regola secondo cui la maggioranza deliberante si calcola ordinariamente sulla base del solo capitale sociale rappresentato in assemblea, quale che sia la frazione di capitale posseduta dai soci intervenuti, e non sulla base dell'intero capitale sociale.
Affossata la CS, però, nemmeno i critici che le addebitavano l'esproprio delle prerogative esercitate dal Parlamento in un paese normale hanno motivo di compiacimento. L'eclisse della CS, infatti, non ha restituito al Parlamento lo smalto perduto, perlomeno agli occhi di quanti hanno imparato a distinguere la sua sovranità dal dominio assoluto di maggioranze protese ad attuare un programma elettorale a qualunque costo. Si direbbe insomma che il regime dell'alternanza ha regalato agli italiani una maggioranza governativa con un'auto-percezione della propria alterità antropologico-culturale tanto accentuata da indurla a credere sul serio che il diritto moderno sia riducibile alla semplice registrazione di un esito elettorale ed alla ritrascrizione formale di un rapporto di forze materiali.
Per questo, come rilevano anche osservatori tutt'altro che indulgenti della CS, la deformante interpretazione che oggi ne dà il governo italiano ha finora provocato lacerazioni e fratture sul versante sindacale assolutamente sproporzionate alla modestia degli obiettivi realizzati.
E' però una banalità sostenere che ciò è dovuto all'inesistenza di un feeling tra governo e sindacati. Si dica invece che "la scelta delle procedure è fondamentale", perché la CS "ha come suo momento cruciale la base informativa sulla quale avviene il confronto: la base più ampia possibile e composta di dati aperti alla verifica" (Giugni). Anche nelle procedure concertative, infatti, si nasconde un'etica non dissimile da quella valorizzata da una giurisprudenza di epoche risalenti e trasformata dalle codificazioni euro-continentali del diritto dei contratti nel principio morale riassumibile nel trittico buona fede-lealtà-correttezza. E' la medesima etica che la democrazia vorrebbe vedere premiata, perché la conoscenza non manipolata dei fatti è la condicio sine qua non della partecipazione dei comuni mortali al governo della cosa pubblica.
Diversamente, non c'è neanche dialogo. Nella migliore delle ipotesi, c'è l'insincera amabilità dell'esaminatore che, direbbe Leonardo Sciascia, "ha già deciso di bocciare il candidato", ma lo ascolta egualmente.

 

Umberto Romagnoli